venerdì 20 gennaio 2023

Dischi nella tomba: This Heat - Deceit (1981)

I This Heat erano assoluti outsider. Nacquero a ridosso della rivoluzione punk e ne condivisero molti aspetti: il suono animalesco, l'ostilità alla tecnica strumentale fine a se stessa, il culto del do-it-yourself, la volontà di riportare la musica sulla terra, nelle città, al centro delle situazioni politiche e sociali reali. Con le band dell'ondata progressiva, però, avevano almeno altrettanti punti di contatto: la perizia esecutiva di Hayward, la passione per gli intrecci ritmici fuori dagli schemi e le composizioni segmentate, la radicale avversione al blues, l'ambizione fortemente sperimentale, la cura dei dettagli. La loro natura duplice rappresentava un ponte seminascosto tra le frange estreme della galassia progressive - kraut-rock, Canterbury sound, Rock In Opposition - e il post-punk più urbano e intellettuale, legato al marxismo, al femminismo, al post-strutturalismo (dai Gang Of Four al Pop Group, passando per le Raincoats e i primi Scritti Politti).


"Deceit" è frutto di un'era di transizione, non solo musicalmente: uscì nel 1981, agli albori della "dottrina Reagan". È sostanzialmente un concept sull'apocalisse nucleare, permeato dello stesso umore plumbeo che la band respirava in quell'epoca ("Eravamo convinti che saremmo morti tutti quanti nel giro di tre anni", avrebbe spiegato Hayward tempo dopo). A incutere ancora maggior timore era il senso di torpore percepito nella società, incapace di vedere la trama di inganni tessuta dal potere e dai mass media.
La traccia che apre il disco è proprio un invito al sonno dal paradigmatico titolo "Sleep", sospesa tra ozio e disillusione. Le cose cambiano radicalmente con "Paper Hats", da subito sghembissima e inquietante: la voce è lenta e lamentosa, poi strisciata e angosciosa; la chitarra è un groviglio sferragliante ripetuto senza variazione. All'apice del fragore, si giunge improvvisamente in una palude di geometria ritmica in stile Can - uno schema in 11/4 ipnotico e imprendibile, che sembra fermare il tempo.

Un commentatore d'eccezione svelò il segreto dietro ad architetture così astratte e calcolate: dopo aver assistito a una prova della band, Fred Frith degli Henry Cow ironizzò che i tre This Heat avessero passato tutto il tempo a litigare in termini astrusi su come la musica dovesse suonare. Hayward, Bullen e Williams passarono tre settimane a discutere dei pezzi in questi termini, per poi concretizzarli in pochissimi giorni una volta imbracciati gli strumenti. In questo modo, riuscivano a unire lucidità e istinto improvvisativo, creando musica che non fosse veramente "composta", ma il cui andamento fosse previsto nel dettaglio.
Un altro contributo fondamentale per rendere "strutturato" materiale nato improvvisando fu dato dalla tape manipulation, il lavoro diretto sui nastri magnetici per far confluire in un unico brano musica registrata in momenti diversi. I This Heat trafficarono con questo genere di tecniche fin dai loro primissimi momenti, e già il loro primo album era costituito in buona parte da loop vari sottoposti a taglia e cuci. Nessuno al tempo era abituato a cose simili. Un trucchetto molto amato dalla band era quello di entrare in un loop strumentale, tirarlo avanti per un po', dando il tempo al fonico di registrarlo, per poi smettere di suonare e uscire dal palco, lasciando il pubblico sgomento davanti alla musica che continuava a uscire dagli amplificatori.

Proprio con "S.P.Q.R." il disco giunge al nucleo del suo tema centrale, la cultura del terrore permanente. Questa è ricondotta all'Impero Romano, ma l'ammissione "We are all Romans" la riproietta nel presente.
Con "Makeshift Swahili" chitarra e basso menano fendenti obliqui, si incrociano con la batteria e tracciano gli incastri più spigolosi. La voce è un ruggito a un passo dal growl che sarà del metal estremo, e il bordone tenuto dall'organo rende il clima ancora più teso e inquietante. I racconti narrano che nei concerti Williams appoggiasse per terra una tastiera avuta in prestito da Dave Jarrett dei Quiet Sun e la percuotesse selvaggiamente, arrivando perfino a sanguinare, non per irriverenza punk, ma perché "era l'unico modo per ricavarne il suono adatto".

Se ciò non basta a render conto della fama di "band più violenta mai sentita", guadagnata già dopo pochi concerti, la parte finale di "Makeshift Swahili" fa svanire ogni dubbio. L'inferno tradotto in musica.
Tutte le anime di "Deceit" convergono in "A New Kind Of Water", che è anche la concretizzazione più esplicita dell'umore mefitico che permea l'album. Il canto è inizialmente un lamento folk, ma con un crescendo vertiginoso muta nell'episodio più melodico del disco: un assalto corale all'unisono, epico e disperato, alimentato da un'angosciosa disillusione. Il testo riveste del sarcasmo più nero i presagi apocalittici che aleggiano su tutto il disco: quando l'industrializzazione e l'energia nucleare avranno reso il pianeta inabitabile, quando la corsa alla ricchezza avrà portato all'assoluta povertà, tutto quello che servirà sarà "un nuovo tipo di acqua, un nuovo modo di respirare".

I This Heat vedevano in questa illusione la condanna della loro epoca: una società ipnotizzata dall'inganno (in inglese deceit, per l'appunto), incapace sia di vedere la minaccia che di reagire. Ci furono molte discussioni nella band se il testo dovesse essere in seconda o terza persona plurale oppure in prima - era la differenza che passava tra un atto d'accusa e una disincantata ammissione di colpa.                    Prevalse la seconda visione: non era più possibile distinguere tra bianchi a neri, tra individui parte del problema e altri parte della soluzione. La continua necessità di un "mostro" esterno a cui imputare le colpe era parte del problema.

La copertina inizialmente immaginata per l'album doveva raffigurare il gruppo intento a suonare, con gli strumenti connessi direttamente a una centrale nucleare. Si optò invece per un collage espressionistico in cui funghi atomici, mappe di arsenali nucleari, volti di Reagan e Breznev assumono la forma di una maschera scarnificata e urlante.
Il requiem di un'intera civiltà. Della nostra civiltà. Una batteria che spara colpi di pistola in fronte a quella maschera di rifiuti che sorride beffardamante in copertina. Quella maschera l'abbiamo indossata tutti, anche solo per un momento, e quella chitarra che mette tanta paura non è altro che il suono delle nostre menzogne.

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