sabato 2 gennaio 2021

Lowdown - Jeff Preiss (2014)

Le storie che il jazz racconta, sono parecchie. La musica è la miglior musica che sia stata immaginata dagli esseri umani: è capace di portarti in altre dimensioni, di curare le ferite, di farti sentire tutte le sensazioni della vita. Gli uomini del jazz, invece, si sono spesso sacrificati al suo altare, nel nome della Bellezza. L'elenco è sterminato e inutile, le leggende le conosciamo tutti, con i loro eccessi e le loro sfortune. Joe Albany era uno di loro, un eroe senz'altro minore, ma forse neanche per sua volontà, che dopo aver suonato con mostri sacri come Parker o Lester Young, si è eclissato dalla vita musicale per parecchi anni, purtroppo nel periodo più fortunato per il jazz, fra gli anni cinquanta e sessanta, distrutto dalla dipendenza con la droga e da matrimoni sfortunati. 

Torna alla notorietà negli anni settanta, incide, fa qualche tour, soprattutto in Europa, ma l'eroina non lo abbandonerà mai, portandosela via nel 1988, a 64 anni. Quasi graziato, rispetto ai musicisti che ne hanno condiviso visione musicale e demoni. Pianista sopraffino, è raccontato, qui, da Jeff Preiss, uno che ha sempre fatto il direttore della fotografia e che qui esordisce anche alla regia. Preiss conosce la materia, avendo lavorato, per esempio, nel documentario, "Let's Get Lost" su Chet Baker. 

Il regista racconta il Joe Albany degli anni settanta, come è stato visto e descritto nel libro di memorie scritto dalla figlia Amy, dopo la sua morte. Un'ottima Elle Fanning, la interpreta, e Preiss impernia tutta la pellicola attorno a lei, al suo sguardo, che, amatissima dal padre, ricambiato, ne segue le vicende umane, più che musicali. Lui, Albany, è portato sullo schermo da un bravissimo John Hawkes, un "junkie" nei bassifondi di New York . Sullo sfondo, ovviamente, musica jazz e l'impressione palpabile di un'epoca che andava a morire tristemente, portandosi dietro gli ultimi scampoli di leggenda.


 

venerdì 13 novembre 2020

Funeral Parade of Roses

C’è stata una nouvelle vague anticonformista, politica, sperimentale anche in Giappone. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 una nuova generazione di cineasti ruppe con le tradizioni estetiche, narrative e sociali assorbendo le influenze del cinema europeo e le rivolte studentesche delle università. Oltre ai nomi di Kōji Wakamatsu, Nagisa Ōshima e Seijun Suzuki c’è anche quello di Toshio Matsumoto, che nel 1969 realizzò un’opera prima liberissima e inclassificabile destinata per decenni alla cristallizzazione del mito e dell’invisibilità.

Funeral Parade of Roses (Il funerale delle rose) venne inevitabilmente adottato dalla comunità queer come uno dei primi titoli a raccontare il travestitismo e il mondo gay degli anni ’60. Il protagonista è Eddie, un travestito che frequenta i locali notturni di Tokyo e ha una relazione con Gonda, il proprietario del Genet, il locale dove si esibisce e prostituisce. In realtà il film racconta di un triangolo amoroso tra questi due personaggi e Leda, un’altro omosessuale più anziano rispetto a Eddie e più legato alle tradizioni. Nel mezzo c’è il contesto militante delle manifestazioni sessantesche e quello underground del cinema e delle droghe.

 La narrazione non procede in modo lineare. Si passa dalla fiction al film-nel-film, con flashback e anticipazioni temporali che frammentano il racconto e mettono continuamente in discussione l’istanza narrante. La macchina da presa indulge su movimenti sinuosi lungo le bianche forme dei corpi, che poi inframmezza a primi piani godardiani, interviste agli attori sul set, lunghi piani sequenza su party lisergici che potrebbero durare all’infinito.


Matsumoto guardava certamente al cinema di Jonas Maekas e Dusan Makavejev. A una cinefilia colta e figlia del suo tempo – la locandina del pasoliniano Edipo Re è ricorrente e anticipa la tragica e incestuosa soluzione finale – il regista giapponese aggiunge una concezione metamorfica del tessuto filmico, contraddistinta da un continuo rimescolamento dei generi cinematografici e sessuali.

Se un film è un oggetto espanso indefinibile, anche l’identità si rivela nel suo continuo mascheramento/annullamento. Il melò diventa documentario che diventa horror per definirsi come gesto espressivo di rottura e con-fusione. Non è un caso che il film si chiuda con una citazione di René Daumal perfettamente integrata alla complessità stilistica dell’opera: “Lo spirito di un individuo raggiunge la propria assolutezza attraverso la negazione incessante“.