lunedì 25 gennaio 2016

Viaggio dentro ad Angola, L’Alcatraz del Sud




Gli uomini, tutti neri, sono chini e muti. Indossano pantaloni blu, casacche bianche o celesti, usano guanti gialli. Calzano stivaloni di gomma, in capo quasi tutti hanno calati logori cappellacci di paglia o berretti da baseball, qualcuno non smette il poco raccomandabile cappuccio della felpa. Se non fossero tenuti sotto tiro dalle guardie a cavallo sembrerebbero immigrati arruolati nella raccolta dei pomodori in Puglia. Dalla strada sterrata, senti solo qualche colpo di tosse provenire dal profondo del campo o qualche prolungato mugolio o sbuffo prodotto dallo sforzo dei più corpulenti nel momento d’alzarsi e deporre le grosse rape nei secchi; a fare attenzione il vento caldo porta a folate le note d’un soffocato canto lontano, laggiù nel campo – ma forse sono solo i fantasmi di questa ex piantagione, una delle più infami del Sud e della Louisiana, coltivata da schiavi provenienti soprattutto dall’Angola, un nome che divenne una garanzia di maledizione sia per i neri condotti in catene a raccogliere il cotone sia per i detenuti tradotti in catene quando Angola, ai primi del Novecento, divenne il più grande carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti, 7.300 ettari, 73 chilometri quadrati, più esteso di Manhattan.


No, non è un film

Un luogo dove la sofferenza imbratta ancora la terra: nel 1951 trentuno detenuti si tagliarono i tendini d’Achille per protestare contro le brutali condizioni. “Benvenuti nell’Alcatraz del Sud” dice con orgoglio Gary Young, ex secondino, la nostra guida in questa visita esclusiva nel carcere più raccontato del cinema americano, da “Dead Man Wolking” a “Monster’s Ball” al “Miglio Verde” a “Il mago della truffa” a “Jfk”. Dei 6.300 detenuti 5120 non usciranno mai da qui: moriranno con un ago in vena nella stanza delle esecuzioni, oppure – condannati al carcere a vita – se ne andranno quando sarà la loro ora; ma non varcheranno lo stesso il cancello, perché la cassa d’abete palustre costruita dai compagni della sezione falegnameria, i quali da quattro anni hanno smesso di costruire comodini e assemblano solo bare, verrà deposta nella terra rossa di Angola. “I primi ad abbandonare il prigioniero sono i compagni della banda, poi la moglie, poi gli amici, poi i figli. Quando muore la madre non viene più nessuno. Dietro il feretro solo i compagni di cella e il pastore. è sempre molto commovente e intenso” dice Young. Chi è uscito con le sue gambe è Glenn Ford, 64 anni. Era nel braccio della morte da 30 anni, proprio come i fratelli McCollum rinchiusi in Nord Carolina e liberati il 2 settembre scorso grazie alla prova del Dna. Glenn in aprile è stato riconosciuto innocente dall’accusa di omicidio e vittima di discriminazione perché condannato a morte da una giuria di soli bianchi.


La cura di mister Cain

“La giustizia degli uomini non è quella di Dio. Ma la cosa bella” assicura Young “è che qui con la nostra riabilitazione morale si muore comunque nella grazia di Dio. Poi ognuno andrà nel posto che gli spetta, Inferno o Paradiso, dipende, ovvio”. Infatti Angola è, secondo una recente denuncia dell’Unione americana per le libertà civili, “un centro d’integralismo cristiano” perché il controverso direttore Burl Cain ha lasciato mano libera ai predicatori, ha imposto la costruzione di cappelle in ognuno dei cinque “padiglioni” recintati di Angola e lo studio della Bibbia, anzi un vero e proprio seminario obbligatorio che forma pastori e dj per la radio del carcere che spara a palla prediche e gospel 24 ore su 24 (prima di Cain la radio era segnalata anche da Rolling Stone magazine per la sua sofisticata e laicissima playing list, soprattutto per il rock). Sta di fatto che quello che era il carcere più violento d’America è diventato, dopo la sacra cura, un esempio di redenzione e convivenza: “Oggi è lunedì” dice Young “bene, per tutto il fine settimana non c’è stata nemmeno una zuffa. Da quando è arrivato mister Cain le violenze sono calate dell’85 per cento”. Nel 1995 hanno registrato 799 aggressioni tra detenuti e 192 attacchi alle guardie, quest’anno solo 53 incidenti gravi tra galeotti e 15 ai danni dei carcerieri. Nelle carceri della Bible Belt, soprattutto qui in Louisiana – leader mondiale nei posti letto in galera, 13 volte più dell’Iran (un nero su 14 a New Orleans è dietro le sbarre) – e per la destra religiosa americana il potente Burl Cain è intoccabile almeno quanto la pena di morte.
Difatti Burl Cain e la morte s’incontrano, accade quando è l’ora dell’iniezione: lui è lì puntuale che tiene la mano al condannato. Burl Cain è l’ultima visione del condannato prima di chiudere gli occhi. E’ stato dopo la prima esecuzione che Burl Cain ha deciso di dedicare la sua vita a Cristo, di “far rinascere i criminali in Cristo”, in un certo senso di essere Cristo: “Ho sentito che quell’uomo stava andando all’Inferno e che avrei potuto evitarlo” ha detto a Time. Ha anche confessato che sua moglie intende lasciarlo perché “non vuole vivere con un killer”. Il suo predecessore, Murray Henderson, è ancora ad Angola, ma come detenuto, perché ha ammazzato la moglie con cinque colpi.


Niente rete, ma alligatori

Questa Alcatraz, dove ci sono detenuti in isolamento, “solitary confinement”, da 30 anni, occupa una penisola che s’allunga nel Mississippi in uno dei punti dove esso è più largo e veloce, neanche avesse fretta, dopo aver sfiorato la sinistra Angola, di raggiungere il Golfo del Messico e annullare così le acque melmose e i brutti ricordi accumulati lungo gli oltre quattromila chilometri di viaggio, nell’immenso Oceano blu. Il lato non bagnato dal Grande Fiume non ha nemmeno la rete: è invece una giungla paludosa e implacabile, infestata da serpi e alligatori. Questi ultimi pare siano migliaia poiché qui hanno la certezza di non essere seccati dai cacciatori, tenuti lontano dal terrore di udire – come narrano i racconti gotici della Louisiana – le urla terrificanti delle anime di tutti quei detenuti che fino a un paio di decenni fa sparivano improvvisamente nel nulla, nè ricercati nè reclamati, dimenticati da tutti, come d’altronde accade ai problemi risolti. “No signore, da qui non si può fuggire” garantisce Young. “Due settimane fa ci hanno provato in tre, dopo 15 minuti erano già in cella di punizione e tra un anno passeranno in isolamento”. C’è stato solo un caso nel 1956, fuggirono in cinque, un corpo venne pescato dal fiume, un evaso venne catturato in Texas e disse di aver visto affogare due compagni di fuga, ma gli uomini dell’allora direttore Maurice Sigler trovarono le chiare tracce di tre uomini oltre il Mississippi.


I fantasmi della piantagione

Forse la cosa più feroce di questo luogo, la vera condanna, è la sua immensità, che offre l’illusione d’appartenere ancora al mondo e alla vita, di condividere l’orizzonte e le nuvole e i temporali con tutti gli altri uomini liberi, invece chi sta qui viene contato 23 volte al giorno e viene pagato 4 centesimi l’ora per il lavoro forzato nei campi – in rapporto molto meno degli schiavi dell’antica piantagione. L’80 per cento dei reclusi sono qui per delitti atroci e violenti, assassinii, stupri, rapine finite nel sangue. Eppure a vederli tutti insieme non si pensa all’eccezionale concentrazione di male e peccato disseminati in qualche ettaro, ma colpisce invece che nessuno di loro osa guardarci; impossibile incrociare i loro sguardi, forse non sanno più guardare: continuano a cogliere rape con un ritmo stanco e meccanico. Le guardie a cavallo nel campo sono tre, due bianchi e un nero, eleganti, armati di fucili a pompa e di occhi capaci di perlustrare anche i pensieri. Una guardia, o un “freeman” nel gergo dei detenuti di Angola, si apposta sugli argini e di fucili automatici ne ha due, uno per mano. Vengono in mente i sorveglianti delle piantagioni, carabina e scudiscio. E non è l’unico rimando stando alle recenti inchieste del Times-Picayune di New Orleans, secondo cui i detenuti sono i “nuovi schiavi” della Farm, come viene anche chiamata Angola, perché produce quarantamila quintali di verdura, coltiva frumento, mais e soia, alleva 2.500 capi di bestiame, e solo in minima parte tutto cio’ viene utilizzato per la sussistenza dei detenuti della Louisiana (“tre pasti al giorno ci costano in totale appena un dollaro e mezzo” dice orgoglioso Young), ma sono commercializzati da una azienda privata nei supermercati, mentre Angola riceve milioni di dollari di fondi pubblici, quasi centomila dollari l’anno per detenuto. Eppure l’amministrazione è stata chiamata a tagliare il budget: non potendo ridurre le guardie speciali, ha eliminato una ventina di uomini non essenziali, sostituendoli con delle belve, cioè dei lupi ibridi, che da due anni pattugliano di notte le recinzioni dei settori più sensibili.


Le notti di William Hurt

Nel braccio della morte non c’è l’aria condizionata. Una decisione presa da Burl Cain nel 2006 quando si è resa necessaria una ristrutturazione delle celle che ospitano 88 morti che camminano. D’estate si possono raggiungere i 42 gradi e quindi per questi uomini chiusi in cella per 23 ore al giorno è una ulteriore tortura; tre di loro, malati, lo scorso anno hanno denunciato Cain e il processo è ancora in corso. Ma tra i commenti sul sito delTimes-Picayune nessuno menziona il direttore: “Aspettiamo quando avranno l’ago in vena e allora sì che andranno dove fa molto caldo” scrive Ronnie Tuttle. “C’è un solo modo per rendere utili questi tre criminali, che presto i loro cuori e reni vengano donati a chi ne ha davvero bisogno” è il consiglio di un tale che si firma Dafunkystuff; mentre Bill60 fa il pietoso, “poverini, perché qualcuno non gli porta un gelato?”. William Hurt ottenne di passare tre giorni e tre notti in una di queste celle nel 2008 per prepararsi psicologicamente per il film “The Yellow Handkerchief”. “E’ orribile, è impensabile come l’uomo abbia inventato una macchina della sofferenza come questa” disse. La cosa che lo colpì di più fu che i detenuti potevano giocare a scacchi tra di loro senza mai vedersi in faccia, solo le mani uscivano dalle sbarre. Niente tv, ma solo Bibbia. In attesa di dire addio al mondo guardando Burl Cain negli occhi.





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