domenica 15 ottobre 2023

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Dischi nella tomba: Noir Dèsir - Des Visages Des Figures (2001)


L'11 Settembre 2001 è una data nel nostro immaginario collettivo; l'attentato alle Twin Towers che ha sconvolto i paesi occidentali e ne ha ridefinito gli assetti. 'Lo stesso giorno in Francia viene distribuito Des Visage Des Figure sesto è ultimo album dei Noir Dèsir.
Questo sarà il disco della consacrazione internazionale, vista l'improvvisa visibilità ottenuta dai Noir Dèsir entrati (e poi subito usciti) dal circuito Main Stream musicale. Il punto più alto della loro produzione artistica. Oltre un milione di copie vendute e un “Grammy Award” come miglior album rock francese del 2001. Partendo dalla seconda traccia “Le grand incendie” il disco diventa subito  un presagio inquietante, il racconto in diretta di un’apocalisse, il del disfacimento della civiltà occidentale, la fotografia di una società malata di competizione e di economie selvaggie.

Tutte le canzoni sono intrise da una atmostera cupa, desolata, stagnante di rabbia e malinconia. E' la poesia a farla da padrona, lo dimostra l'abilità compositiva di Cantant che tanto abilmente ne è l'interprete principale.
I cinque anni passati dal precedente album hanno provocato una rivoluzione nello stile della band: un esempio concreto di tale cambiamento lo si può ascoltare in “Son style 1” e “Son style 2”, legata ad un punk rock veloce  della prima, eterea e malferma la seconda, un incrocio tra Jeff Buckley e Thom Yorke. Riuscitissimo e commovente anche l’omaggio a Léo Ferré (“Des armes”), il cui testo esistenzialista ed anarcoide è stato musicato con reverenza dai Noir Désir, mentre “Le vent nous portera” con Manu Chao alla chitarra  fornisce una profondità ed un ritmo ad una melodia indimenticabile. 

Dopo la meraviglia poetica di 'Bouquet de nerfs' arriva la terrificante "L'Europe":  ventiquattro minuti in cui Cantat e Brigitte Fontaine declamano un vero e proprio pamphlet che non lascia scampo a niente e nessuno. Musicalmente vicina alle jam free-form più eccentriche degli anni '60, con un arsenale di fiati, percussioni, chitarre e quant'altro che si affollano gli uni sopra gli altri. Più che una canzone, un viaggio composto dalle atmosfere maudit marca Doors e da quelle metropolitane Velvet Underground. Politica, economia, stato sociale, tutta la civiltà occidentale viene messa sotto accusa attraverso uno dei testi più belli, visionari eppure realistici e impietosi che si siano mai sentiti.