martedì 21 giugno 2022

Dischi nella tomba: The Birthday party - Junkyard (1982)

 



Immaginate la musica che farebbe da perfetto sottofondo in un ospedale psichiatrico, aggiungetevi un filo di malsana e consapevole cattiveria, e il risultato finale sarà esattamente la musica dei The Birthday Party. Corre l'anno 1980, quando il combo capitanato da Nick Cave approda a Londra in cerca di fortuna artistica. Qui, il panorama musicale è sfaccettato ed eterogeneo: da un lato, le derive intransigenti e creative del post-punk , dall'altro il tentativo di un ritorno a canoni espressivi più commerciali e la conseguente esplosione del nuovo romanticismo e della new-wave elettronica e piaciona. 

In questo contesto variegatissimo, e graziea un'intuizione  del visionario dj John Peel, esplode senza mezze misure la violenza espressiva di Junkyard, coacervo di dannazione, tossicità, blasfemia e non sense. I componenti della band fanno un uso smodato di alcol e droghe, i problemi giudiziari per furti e guida in stato di ebbrezza alcolica si succedono senza soluzione di continuità, mentre le dinamiche all'interno del combo degenerano progressivamente, a causa soprattutto dell'istrionica ed " esuberante " personalità di Nick Cave.


Eppure, nonostante  tutto ciò, " Junkyard " è il punto più alto, originale e straniante dell'intera produzione giovanile del rocker australiano. La miscela è sulfurea e urticante: gothic rock spinto all'estremo, derive di blues storpio e narcolettico, intuizioni hardcore, deragliamenti punk rimasticati dalle nuove tendenze. Cave, invasato come mai, urla, sbraita, biascica, delira. Quando decide di cantare, somiglia a un Jim Morrison ancora più teatrale, tossico, sconvolto, o richiama alla mente la sguaitezza espressiva di Captain Beefheart.

Le chitarre di Rolan Howard seminano riff taglienti, apocalittici, carichi di vetriolo, quasi terrorizzanti. L'immensa sezione ritmica ( Tracy Pew e Phil Calvert ) scompone e ricompone i tempi in un'orgia senza fine di accelerazioni,  acidissime dilatazioni e controtempi, nei quali punk, rock,  metal e blues si incontrano in un vortice sonoro adrenalinico. L'effetto finale è quello di un apparente caos magmatico ( eppure incredibilmente organizzato ) in cui ogni componente del gruppo da quasi l’impressione di suonare per i fatti suoi.

 Il frutto di questo coacervo di violenza e crudeltà sonora sono tredici canzoni che lasciano attoniti.
Opera controversa e paranoica, difficilissima da compulsare e, per certi versi, intellettualmente stimolante proprio in virtù della non cultura musicale a essa sottesa, Junkyard  è uno di quei dischi che distorce per sempre le orecchie dell’ascoltatore, conducendolo verso i terreni più insidiosi, deliranti e creativi del post punk.
Da evitare se non siete marci dentro almeno un poco. 

 

martedì 14 giugno 2022

Spider baby - Jack Hill (1967)

“Spider Baby” sarebbe dovuto già uscire nel 1964, ma alcuni problemi legati alla produzione posticiparono di oltre tre anni questo debutto ancora oggi amatissimo in patria. L’approccio di Jack Hill qui è ancora rivolto ai vecchi b-movies del passato, sia per l’utilizzo del b/n che per una storia piena di rimandi al cinema horror classico, non a caso uno degli attori del film (Lon Chaney Jr) cita un’opera che egli stesso aveva interpretato nel 1941 (“L’Uomo Lupo” di George Waggner). Un esempio tra i tanti. Con questa pellicola siamo al cospetto di una semiparodia (the maddest story ever told) intrisa di grottesco e avvincente black humour, una folle creazione che guarda indietro (Ed Wood incluso) rivolgendosi involontariamente anche al futuro: da lì a poco infatti il tema della famiglia di psicopatici sarà presente in dosi massicce nella filmografia horror statunitense, mentre Jack Hill prenderà invece una strada diversa ma non meno intrigante.


Virginia, Elizabeth e Ralph sono gli ultimi superstiti della famiglia Merrye, tutti affetti da una terribile sindrome che – a partire dalla tarda infanzia – induce le persone a regredire mentalmente e fisicamente. L’autista di famiglia (Bruno) veglia su di loro (come aveva promesso al defunto Titus Merrye), un giorno però due lontani parenti si presentano nella villa rivendicando la proprietà come legittimi eredi e scatenando il caos tra i giovani e disturbati protagonisti.

  Fin da subito ci accorgiamo che tra quelle mura non vivono persone normali, l’omicidio del postino è infatti una scena tra le migliori del film, con Virginia che cattura la sua preda con le stesse movenze di un ragno. Ma tutto quello che accade dopo non è da meno, merito delle belle atmosfere vintage e di dialoghi scoppiettanti e sopra le righe, una prerogativa tipica delle opere di Jack Hill e qui già messa a punto con grande disinvoltura.

  Non deve quindi trarre in inganno un budget risicato (circa sessantamila dollari), poiché il regista sfruttando una sola location riesce a dar vita a un lavoro mai ripetitivo, complice un simpatico assortimento di personaggi eccentrici e bizzarri (Ralph è interpretato da Sid Haig, volto poi diventato celebre con Rob Zombie nei panni di Capitan Spaulding).
“Spider Baby” ha un’anima, al contrario di molti prodotti successivi più curati ma privi di sostanza: la spina dorsale del film è proprio da ricercare nell’umorismo dissacrante che nasconde una degenerazione familiare specchio di un’America nascosta, lontana dai riflettori di Hollywood. Tra schifosi ragni e sentori cannibalici, prima che i 70s facciano esplodere definitivamente ogni tipo di orrore.