martedì 14 luglio 2020

I ragazzi selvaggi – William Burroughs


Ha più di cinquant'anni ma non li dimostra. 
Questo libro è un pugno in pieno viso. Ci rompe il setto nasale e ci stordisce parola dopo parola. 
Burroughs non ha bisogno di presentazioni, ogni virgola che aggiungiamo alla sua storia è solo un esercizio di stile che metterebbe in mostra il nostro eruditismo.
Burroughs è uno scrittore che bisogna prendere così com’è. O si ama o si odia. 
Il suo stile è crudo, sporco, scurrile. Tocca i sensi, in alcuni casi lo stomaco, ma quando leggi le sue opere senti che il suo malessere è celato dietro un’ironia che sbeffeggia l’uomo e la natura. 
Cattivo ragazzo, perché scacciato dalla sua famiglia; uomo perverso, perché omosessuale e drogato, ma che ebbe il merito di consegnare alla letteratura pagine lisergiche.
I ragazzi selvaggi non è da meno. 
Non è Pasto nudo ma la matrice è quella. 
Tra queste righe parla la ribellione. 
Ancora una volta Burroughs inventa un mondo parallelo nel quale libera i suoi fantasmi e il suo humour nero.
Una rivolta si muove in tempi diversi. Coinvolge gli Stati Uniti e l’America Centrale. L’obiettivo è quello di distruggere ogni legge e ogni controllo poliziesco. A fomentarla sono ragazzi emarginati, drogati, pervertiti. A seguire tutto c’è lui, il narratore che filma con la sua cinepresa finché anche lui non viene ammaliato da questa rivoluzione che non ha niente di educativo.
È un atto irrazionale e porta il sorriso. Lui, il regista, è il potere che si corrompe facilmente.
Burroughs usa in quest’opera il sesso come liberazione dalla carne. Lo esaspera. Non gli interessa scioccare ma creare un’assuefazione che si trasformi in disgusto. 
Ogni atto di perversione è un rito. 
Celebra la distruzione del corpo affinché lo spirito si riappropri del suo primato. 
Ma I ragazzi selvaggi è prima di tutto un’opera ironica. 
La ribellione degli emarginati è un sorriso che ti incula e ti ammazza.
Questo libro è stato scritto nel 1969. 
In diverse parti del mondo le “Primavere” svilupparono falsi miti. Lo stesso Burroughs lo riconosce, ma la sua opera rimane prima di tutto un affresco di quegli anni. 
Un invito all’anarchia in cui anche le sue frustrazioni si trasformano in ironici esperimenti.