mercoledì 25 maggio 2022

Great Freedom - Sebastian Meise (2021)

 


Nella Germania del secondo dopoguerra, tra il 1948 e il 1968, Hans viene imprigionato più volte per via della sua omosessualità. Per colpa dell’articolo 175, che considerava un crimine i rapporti sessuali tra uomini, il suo desiderio di libertà e amore viene sistematicamente frustrato e distrutto. L’unica relazione stabile della vita di Hans diviene quella con il compagno di cella Viktor, con il quale inizialmente i rapporti sono conflittuali, violenti e tesi. 

Le volontà cinematografiche di Sebastian Meise sono evidenti fin dalla prima sequenza, quella dei rapporti sessuali clandestini intrapresi da Hans (Franz Rogowsky) in un luogo non meglio specificato ma monitorato continuamente dalle forze di polizia che proiettano queste immagini poco prima del processo, pur di incastrare in tutto e per tutto Hans nel famigerato “paragrafo 175”, istituito fin dal 1871, che considerava crimini i rapporti tra persone dello stesso sesso.

Great Freedom appartiene in tutto e per tutto a quel cinema di denuncia che non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro rispetto agli elementi e fatti più scandalosi e crudi della vicenda raccontata.

Meise ci va giù duro, il suo è un cinema politico, un lavoro con molti temi ed elementi perfettamente bilanciati. Analizzando la storia del dopo guerra della Germania, l'essere queer prima della decriminalizzazione, e come la logica soffocante dell’incarcerazione crei una prigione mentale tale che quella reale diventa quasi irrilevante.

 

 

martedì 24 maggio 2022

Dischi nella tomba: The Velvet underground - White Light/White Heat (1968)

 



In una possibile lettura alternativa, la celebre teoria di Brian Eno su "chi ha comprato The velvet underground & Nico poi ha formato una band" può diventare un aneddoto su quanto poco quel disco abbia venduto, e quindi su quanto fosse ignorato e sottovalutato alla fine dei lungimiranti Sessanta. È altamente improbabile che i Velvet Underground potessero mai diventare idoli di qualche folla dando le spalle al pubblico e non avendo in organico nessuno in grado di adoperare il bacino secondo i dettami della gloriosa tradizione dei frontmen, ma è almeno errato dipingerli come gruppo totalmente ignorato. La band (line-up per i neofiti: Lou Reed, voce e chitarra,John Cale, viola, organo e poche volte basso, Sterling Morrison, chitarra e Maureen Tucker, percussioni) e Nicoerano seguiti in tour da Andy Warhol per l'allestimento dell'Exploding Plastic Inevitable, il quale li consigliava, li coccolava e faceva scrivere il suo nome bello grosso sui manifesti. La cosa era più che sufficiente a garantire un certo hype.

Tutti i fattori che fecero di "The Velvet Underground & Nico" un fiasco commerciale, da potenziale macchina da hit che era, furono però determinanti al concepimento del suo successore, "White Light/ White Heat", stampato nel 1969 dalla Verve e inciso da un gruppo a dir poco diverso da quello della banana. E non stiamo parlando solo di line up.

All'indomani delle tribolazioni legate all'esordio, i Velvet Underground, frustrati dallo scarso successo, in particolare Reed, e dal non avere soldi per altro che non fosse cibo, sigarette o droga, decidono che la cosa da fare è chiudere con le performance nelle gallerie d'arte e confrontarsi con l'industria discografica vera e propria. Per farlo, licenziano Warhol, che ritengono comunque stanco di loro. Suonano molto dal vivo, con gente come Zappa e i grandi nomi della West Coast, o con gli MC5. Questo genera un'evoluzione in ambito strettamente sonoro. La gente che sta sotto il palco vuole ballare, non ha frequentato scuole d'arte e non ci sono immagini proiettate che la distraggano. I Velvet diventano meno minimali e più "hard". Reed che ha sempre avuto un certo amore per i ritornelli catchy e le canzoni "gioiellino", ritiene che la strada da seguire sia quella segnata dai brani che aveva a malincuore fatto cantare a Nico. Cale, sempre meno disposto a imbracciare il basso, crede invece che bisogni sperimentare, e la sua strada passa dal rendere i "gioiellini" minacciosi, grandiosi ed epici.

La leggenda narra che il produttore fosse intento a pomiciare per la gran parte della lavorazione, svoltasi non esattamente nello studio migliore d'America, e che la cosa innervosisse tremendamente Reed. Secondo Cale, l'idea di registrare a volumi follemente alti fu frutto di queste incazzature. Manca un secondo perché l'album duri 40 minuti, e in fase di composizione coesistono la vena folk e quella proto-noise e sperimentale della band. In fase di esecuzione ci si sbilancia nettamente verso la seconda.


Il disco in esame sarebbe un capolavoro anche in virtù delle sole "The Gift", "Lady Godiva's Operation" e "I Heard Her Call My Name", ma dopo c’è "Sister Ray", e si parla di leggenda. Per 17 minuti i nostri si svenano su volumi stratosferici, come si indovina dai difetti di registrazione. Il testo raccontava di un festino gay con morto, la musica, o quello che se ne sapeva prima di attaccare le spine, si sarebbe dovuta sviluppare intorno a poche idee melodiche e ritmiche basiche, e dalla linearità non si doveva staccare.

A fine ascolto la qualità sonora pessima diventa quasi un tratto determinante: è difficile immaginare "White Light/ White Heat" registrato decentemente. 

Le immagini meno facili rispetto a quelle del predecessore, l'ambizione maggiore e le soluzioni più estreme lo rendono più alieno, la concisione evita che cada nei difetti più consueti per quelli della sua specie. Se l'esordio era una stanza aperta su agghiaccianti finestre, questo è uno sgabuzzino con una porta che dà su strade fredde e buie, ma allettanti. Se di "The Velvet Underground & Nico" si può essere appagati e soddisfatti, di "White Light/ White Heat" no, mai. Se ne vorrà sempre ancora.