giovedì 27 gennaio 2022

Dischi nella tomba: Cramps - Songs The Lord Taught Us (1980)

 




Registrato con Chilton in consolle ai Philip Record Studios di Memphis, “Songs The Lord Taught Us” fa la sua comparsa sugli scaffali dei negozi statunitensi nell’aprile del 1980 per l’etichetta I.R.S. Ustionò non poco, ai tempi, il composto sonoro fatto principalmente di garage e rockabilly filtrati da un colino punk a maglie strette per non far passare il grossolano antagonismo tipico del periodo: il mondo dei Cramps era un mondo a parte, a tratti anche fumettistico ma sempre libero da qualsivoglia forma di critica politica o protesta sociale.

Nel mondo crampsiano, degenerato, parodistico, truculento, la corporeità è elemento fondante e l’equilibrio si regge su continue onde d’urto che richiamano certo tribalismo ancestrale; più che il suono di una batteria sembra di sentire il rumorio di ossa umane percosse da uno stregone in trance che si riverberano nella giungla suburbana, mentre lo scontro incessante tra le due chitarre - una, quella di Ivy, intenta a tracciare riff  e tremolii saccheggiati a piene mani da Link Wray e simili, l’altra, quella di Gregory, protesa verso un rumorismo “white” figlio d’incestuosa copula tra Velvet e Stooges – produce formidabili secrezioni soniche, a tratti anche inedite; in questa fanghiglia, uno sguaiatissimo Lux intona salmodie che rimandano echi catacombali.

 

Sfilano scorticando i padiglioni auricolari danze macabre (“I Was A Teenage Werewolf”, “Sungalsses After Dark”), ossessioni perverse (“Fever”), divertissement (“The Mad Daddy”, “I’m Cramped”), gioielli di puro “ultra-rock” (“Garbageman”, “Rock On The Moon”) e assortimenti vari di memorabilia dei tempi che furono. Miracolosamente i Cramps sembrano immuni dal malocchio revivalistico, forse anche grazie all’energico ripudio di qualsiasi velleità intellettuale. Che suonino cover o brani originali poco importa: nel momento in cui suonano un brano, i Cramps se ne appropriano come se non lo avesse mai suonato nessun altro (“Strychnine” non suona forse come i Sonics che fanno una cover dei Cramps?).

 

Songs The Lord Taught Us rimane una pietra angolare, un tassello fondamentale della popular music del Novecento.  
L' assoluta estraneità della band a ogni riferimento avanguardista si evince anche dai due elementi che sono alla base della loro poetica: il rock 'n' roll e i film horror di serie B. La loro New York è una città fantasma popolata da alieni, rifiuti umani, mattoidi, psicopatici, drogati, zombie, licantropi e vampiri. Cantori sguaiati di questo popolo delle tenebre.

Seconds - John Frankenheimer (1966)

 








Sarà capitato a ciascuno di noi, di tracciare un provvisorio bilancio della propria esistenza.

 E non risultando proprio positivo, ci si sarà posti il quesito : "e se fossi un altro? Come sarebbe?".

Seconds diretto da John Frankheimer nel 1966, rientra nella sua trilogia della paranoia avviata nel 1962 con "The Manchurian candidate" e proseguita nel 1964 con "Sette giorni a maggio" .

L'opera si basa sul romanzo di David Ely e all'avvio segue i passi di un affermato funzionario di banca di nome David Hamilton (interpretato da John Randolph, attore precedentemente epurato negli anni del maccartismo). Tipica figura di americano in carriera, appare però roso da alcuni dubbi esistenziali acuiti, negli ultimi tempi, da strane telefonate che riceve in tarda serata da uno sconosciuto di nome Charlie. Questo strano interlocutore telefonico gli suggerisce di recarsi all'indirizzo di una strana organizzazione presentandosi sotto l'identità fittizia di Wilson. Hamilton, spinto dalla curiosità, si reca sul luogo e qui si trova in un luogo asettico e misterioso ove i dirigenti della società gli prospettano un'opportunità incredibile.

Girato con tecniche avanzate grazie all'uso di inquadrature grandangolari che comunicano, fin dalle prime scene, una forte sensazione di angoscia ed inquietudine, il film è una capolavoro che fu recepito tanto freddamente al festival di Cannes del 1966 (dopo la proiezione vi furono anche fischi ed ululati di disapprovazione) da essere stranamente liquidato come film "crudele ed inumano".

Il fatto è che, in una miscela di horror e fantasociologia, Frankenheimer ci consegnava un apologo illuminante sulla natura illusoria dell'american dream, secondo cui serve nella vita solo il successo economico . Nient'altro importa e non serve chiedersi se questo modello di vita rende realmente libero l'individuo.